Ma quale pensione?

Premesso che non ho mai pensato alla pensione in termini esistenziali, e che per fortuna ho fatto tesoro di preziosi insegnamenti per vivere la vita cercando di fare buone cose nel presente: pensionecompresa una consulente fiscale che vent’anni fa, quando presentai le dimissioni dalla grande azienda editoriale per cui lavoravo, mi disse “Non versi nessun contributo volontario, perché quando lei arriverà all’età della pensione non ci saranno più le pensioni, e questi soldi non glieli restiturà più nessuno. Piuttosto, amministri bene i suoi risparmi e la liquidazione”. Erano gli anni ’90, quindi oggi possiamo dire che già da allora si sapeva che cosa sarebbe successo. Padre-JhonBNDunque mi ero organizzata, felice della mia professione di freelance, con un figlio piccolo che non andava ancora all’asilo. Tutto bene? No, perché comunque i miei 11 anni di contributi li ho buttati al vento, nelle casse di uno Stato che non è stato degno di questo nome (e con la riforma Fornero le donne sono state poi ulteriormente danneggiate rispetto agli uomini: in assoluto, le più penalizzate d’Europa).
Però ho fatto bene a “non pensare alla pensione”, come consigliava sempre ai suoi discepoli un certo maestro spirituale (grande amico un po’ eretico del Cardinal Martini) che non è più tra noi, ma che mi porto sempre nel cuore. Perché secondo i dati Ocse di qualche giorno fa sulle disuguaglianze in Italia, su 18 milioni di pensionati, 11,6 milioni ricevono una pensione media di 533 euro e soltanto 2 milioni ricevono una media di 2900 euro: come dire che spendiamo la stessa cifra per queste due categorie. Le sperequazioni del sistema contributivo hanno privilegiato chi è riuscito a scappare prima dal mondo del lavoro grazie al generoso regime retributivo (che ha assicurato pensioni superiori di quelle che le stesse persone avrebbero meritato con il il sistema contributivo), e adesso la società italiana non sta più in piedi. Che fare? Magari ci fosse stato Lenin al posto di Monti: un pensiero di socialdemocrazia invece che il lugubre tecnicismo finanziario. 251602_473618746024666_253722116_nPer fortuna però qualcuno che sa pensare ancora c’è: Emanuele Ferragina, ricercatore catanzarese espatriato che insegna Politiche sociali a Oxford, ha appena pubblicato il libro Chi troppo chi niente, in cui approfondisce la portata di tali inquità nel tentativo di trovare possibili soluzioni. Nella tabella di pagina 101 ci mostra un dato ancora più raccapricciante: disaggregando il dato di quei 2 milioni che ricevono in media 2900 euro, si scopre che 1 milione e mezzo sono maschi che percepiscono oltre 3000 euro al mese di pensione. Si conferma quindi un’esagerata discriminazione di genere, proporzionale e coerente con la subalternità del lavoro femminile che è uno dei più grossi problemi sociali in Italia, e non negli altri Paesi europei (come sancisce il Global Gender Gap Report 2012).
Qui un’intervista in cui Emanuele Ferragina prospetta in base alle sue competenze qual è l’unica soluzione: un ribilanciamento del sistema di welfare per traghettare risorse dalle pensioni più anziane verso il reddito mancante alle prossime generazioni.

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One Response to “Ma quale pensione?”

  1. giulia scrive:

    Ottimo articolo, ne faro’ un punto di riferimento, chissa’ che quanto letto non possa aiutare anche me.